Massimiliano Montulli | Se le foto dei figli sui social diventano strumento di lotta fra ex coniugi
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Se le foto dei figli sui social diventano strumento di lotta fra ex coniugi

Se le foto dei figli sui social diventano strumento di lotta fra ex coniugi

Possibile che serva un giudice per spiegare ai genitori di bambini piccoli come comportarsi quando sono alle prese con i social network? Dopo la sentenza del Tribunale di Mantova del mese scorso che ha fatto discutere nelle ultime ore c’è un nuovo caso in cui, per paradosso, l’impreparazione nell’uso delle piattaforme si fa strumento di lotta famigliare per l’affido. In una specie di guerra dei post.

Capita a Bologna dove il Tribunale civile potrebbe presto ritrovarsi a decidere su un caso analogo. Una situazione, cioè, nella quale un padre, nel contesto di una causa di separazione, si è rivolto al magistrato per chiedere che l’ex moglie cancelli foto e video dei propri figli piccoli (hanno 6 e 9 anni) e non ne pubblichi di nuove.

“Il mio cliente — ha spiegato l’avvocato dell’uomo, Katia Lanosa, vicepresidente dell’Associazione matrimonialisti italiani – si è rivolto a me per tutelare i figli. La madre non si rende conto che foto dei bambini in atteggiamenti naturali, come in spiaggia, in costume, mentre fanno il bagnetto, possono essere utilizzate per altri fini. Il padre vuole evitare che i figli finiscano per essere oggetto di attenzioni morbose da parte di terzi, perché il rischio è questo”.

Staremo a vedere come andrà a finire. A Mantova la sentenza è piuttosto dura e chiara: occorre il consenso di entrambi i genitori. In virtù di un combinato disposto di norme davvero inequivocabili. Primo: l’articolo 10 del Codice civile che norma il diritto all’immagine.

Secondo: il Testo unico sulla privacy (in particolare agli articoli 4, 7, 8 e 145). Terzo: la Convenzione di New York sui diritti del fanciullo che vieta ogni “interferenza arbitraria nella vita privata dei minori degli anni diciotto”.

Non manca poi un riferimento al nuovo regolamento europeo in materia di dati personali, approvato nel 2016 e in vigore dal prossimo 25 maggio 2018, secondo il quale “l’immagine fotografica dei figli costituisce dato personale” e “la sua diffusione costituisce ‘una interferenza nella vita privata’”. Si tratta del regolamento che potrebbe elevare a 16 anni la soglia per l’iscrizione ai social network intervenendo, dopo vent’anni di predominio del Children’s Online Privacy Protection Act statunitense, sul tema minori e social.

Stupisce che i genitori non si rendano conto dei rischi. Su tutti quelli legati alle attività criminali, dal “digital kidnapping” alla pedopornografia, fronte su cui pochi mesi fa è tornato a lanciare l’allarme perfino il Garante per la privacy Antonello Soro e che pure il giudice mantovano cita nel dispositivo. Dall’altra anche altri aspetti più delicati come il fatto che, nella sostanza, finché si è iscritti a quelle piattaforme si concede loro una licenza di secondo livello e valida su scala internazionale rispetto ai contenuti pubblicati. Insomma, non sono più solo nostri.

Il sospetto è che all’ignoranza si aggiunga anche la strumentalizzazione: i social network vengono sfruttati dai genitori, all’interno di cause di separazione conflittuale, da una parte come vetrine e dall’altra come strumenti di lotta processuale. Proprio come nei due casi finiti in questi giorni sulle cronache. Col risultato che il compito educativo di mamma e papà, e in generale degli adulti, ne esce volatilizzato. E i minori, specie gli under 13, sono sempre più soli.

Lo dimostra un ultimo caso, riportato dal Giorno, che spiega di una diffusione incontrollata di centinaia di foto di minorenni nude o seminude e video di autoerotismo pubblicati su un gruppo di una sessantina di adolescenti delle scuole superiori di Modena e dintorni. Quel materiale è finito a qualcun altro fuori dal gruppo, qualche amico o fidanzato, che lo ha catalogato e fatto circolare online. Dalla richiesta di aiuto di un 17enne, fidanzato di una delle ragazze, all’associazione antipedofilia La caramella buona, è partita un’indagine della postale che tuttavia rimane al momento azzoppata perché non c’è una denuncia dei genitori. Ma qualcosa starebbe per muoversi.

FONTE: Wired

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