Massimiliano Montulli | Ad Block e il destino della pubblicità online
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Ad Block e il destino della pubblicità online

Ad Block e il destino della pubblicità online

Chiunque sognerebbe una pagina web con il contenuto richiesto, senza pubblicità: nessun pop up, nessun video che parte senza che nemmeno si capisca dov’è collocato, senza comandi “chiudi” nascosti come neanche una caccia al tesoro. Quasi quanto chiunque vorrebbe vedere un film in tv senza pause pubblicitarie, o uno al cinema senza venti minuti di consigli per gli acquisti prima della proiezione.

Già. Peccato che nell’ecosistema – già precario nella maggior parte dei casi – delle entrate online, la pubblicità sia necessaria al sostentamento. Come reagisce quindi l’editoria al proliferare di estensioni che bloccano gli annunci?

Adblock Plus, spiega AdAge, sostiene che il suo popolare ad blocker sia stato installato nei browser delle persone più di 400 milioni di volte e che registra “circa 50-60 milioni di utenti attivi”, secondo Ben Williams di AEPO, la società che realizza Adblock Plus.

Quella che prima sembrava un’abitudine di pochi (rispetto al mainstream) scafati, adesso sembra essere consuetudine per una fetta di pubblico troppo ampia per essere sottovalutata. Secondo un sondaggio su 1.621 persone condotto lo scorso anno da Adobe e PageFair, azienda che vende agli editori tecnologie per combattere blocco della pubblicità, il 28% delle persone negli Stati Uniti naviga con il blocco delle pubblicità attivato.

Neanche a dirlo, quelli che ne fanno più utilizzo sono anche i più interessanti per gli inserzionisti, cioè i millennials. Degli intervistati di età compresa tra i 18 e i 29 anni, il 41% ha affermato di utilizzare blocco della pubblicità. Nel settore mobile la situazione è maggiormente sotto controllo, ma il problema è sul piatto e gli editori come CBS Interactive, DailyMail e Forbes sono in confronto costante con imprese di alta tecnologia per mettere a punto soluzioni.

Le vie d’uscita vanno dal pagamento per la rimozione delle blacklist dei servizi di blocco, agli annunci sui siti per spiegare come questi servizi mettano a dura prova la sopravvivenza delle imprese. L’adv nativo per adesso regge bene, non essendo rilevato come pubblicità e, di conseguenza, censurato. Altre soluzioni sono il modello freemium (tetti di contenuti gratis, poi a pagamento, o parte del contenuto gratuito, e completo a pagamento), e il più restrittivo blocco alla consultazione del sito per chi ha installato servizi anti-pubblicità.

FONTE: WIRED

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